Percorsi di affermazione di genere in italia

04 Feb 2026
Percorsi di affermazione di genere in italia

A cura di Giorgia Esposito, Dottoressa in Farmacia, specializzata in Medicina di Genere

Termini come disforia, incongruenza e varianza di genere descrivono aspetti differenti dell’identità e dell’esperienza trans, ed è un dovere medico e sociale conoscerne il significato e utilizzarli in modo appropriato. La confusione terminologica che spesso circonda questi concetti contribuisce infatti a fraintendimenti, stigmatizzazione e, talvolta, a pratiche cliniche inadeguate. Comprendere le distinzioni tra sofferenza psicologica, identità di genere e pluralità delle espressioni di genere rappresenta il primo passo per superare una visione patologizzante e per adottare un approccio realmente inclusivo e rispettoso delle persone transgender e gender diverse (TGD). In questo contesto, la medicina, la ricerca scientifica e il diritto sono chiamati a interrogarsi non tanto sull’origine dell’identità di genere, quanto su come garantire salute, autodeterminazione e accesso equo alle cure, riconoscendo la complessità bio-psico-sociale delle esperienze di genere.

Definizioni

Disforia di Genere

La disforia di genere fa riferimento a una grave sofferenza psicologica causata dalla discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e quello vissuto (esempio: una persona assegnata femmina alla nascita che si identifica come uomo e vive angoscia per il proprio corpo o per come viene trattata socialmente). 

Incongruenza di genere

L’incongruenza di genere, secondo la classificazione dell’OMS, indica invece una non corrispondenza tra genere assegnato e identità senza necessariamente implicare disagio (esempio: una persona assegnata maschio alla nascita che si identifica come donna, senza sofferenza psichica, ma che desidera modificare il proprio corpo). 

Varianza di Genere

Infine, la varianza di genere è un concetto non clinico che riconosce e valorizza la diversità nelle espressioni di genere rispetto alle norme culturali (esempio: un bambino che ama vestirsi con abiti femminili o giocare con bambole, senza che questo generi disagio o necessità di intervento).

Ha davvero senso spiegare perché una persona è transgender?

Una parte della ricerca scientifica, reperibile su PubMed, ha cercato di comprendere l’”eziologia” dell’identità di genere, ma i risultati emersi mostrano un quadro complesso e non definitivo. Non esistono prove che l’identità di genere sia influenzata da fattori esterni come l’educazione, né sono stati individuati specifici geni o regioni cerebrali che determinano l’identità di genere. Alcuni studi suggeriscono che l’esposizione prenatale agli androgeni possa avere un’influenza, mentre altri, come quello condotto da Zhou e colleghi, hanno osservato in studi post-mortem che il nucleo del letto della stria terminale (BST), una regione cerebrale normalmente più grande nei maschi, ha dimensioni simili nelle donne transgender e nelle donne cisgender. Tuttavia, questi dati non bastano a spiegare in modo esaustivo l’origine dell’identità di genere.

Questa ricerca solleva una questione importante: ha davvero senso cercare una causa unica per una realtà così profondamente soggettiva e sociale? Forse, più che trovare “la spiegazione”, è necessario comprendere come la scienza può contribuire a tutelare la salute e il benessere delle persone TGD, senza ricondurre ogni variazione a un’anomalia.

Iter giuridico e sanitario del percorso di riaffermazione di genere

In Italia, il percorso di riaffermazione di genere (comunemente definito transizione) rappresenta un processo complesso e multidimensionale attraverso il quale una persona può decidere di modificare il proprio corpo e/o il proprio stato giuridico per renderli coerenti con la propria identità di genere. Dal 1° ottobre 2020, con l’approvazione dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, l’accesso ai trattamenti ormonali attraverso il Servizio Sanitario Nazionale è subordinato alla diagnosi clinica di disforia di genere, secondo i criteri previsti dal DSM-5.

Questo modello si basa su un percorso integrato e interdisciplinare che coinvolge diverse figure professionali (psichiatrə, psicoterapeutə, endocrinologə, chirurgə) chiamatə a collaborare per garantire una presa in carico qualificata e attenta alla complessità bio-psico-sociale della persona. La valutazione psichiatrica, pur garantendo un inquadramento medico del percorso, continua a sollevare interrogativi etici rispetto al rischio di patologizzazione dell’identità trans. In netto contrasto con questo assetto si colloca il cosiddetto modello del consenso informato, diffuso in alcune aree degli Stati Uniti, che prevede la possibilità di accedere a terapie ormonali o chirurgiche senza l’obbligo di una valutazione psichiatrica preventiva.

Sotto il profilo giuridico, la Legge 164 del 1982 ha rappresentato a lungo il riferimento normativo per la rettifica dell’attribuzione di sesso nei documenti anagrafici. La procedura prevede un ricorso al tribunale competente, che può disporre consulenze specialistiche per valutare le condizioni psico-sessuali dell’interessatə e autorizzare eventuali interventi medico-chirurgici qualora ritenuti necessari. In seguito all’intervento, il giudice dispone la rettifica anagrafica, che comporta anche lo scioglimento automatico del matrimonio.

Negli ultimi anni, tuttavia, importanti pronunce della Corte costituzionale hanno contribuito a ridefinire questo iter in un’ottica più rispettosa dei diritti individuali. In particolare, le sentenze n.221/2015 e n.180/2017 hanno stabilito che l’imposizione di un intervento chirurgico come prerequisito per il riconoscimento legale del genere rappresenta una violazione del diritto all’identità personale. Il trattamento medico non deve quindi essere obbligatorio, ma può rappresentare una delle modalità attraverso cui una persona trans* persegue il proprio benessere psico-fisico. Con la sentenza n.143 del 2024, la Corte ha ulteriormente semplificato l’accesso agli interventi chirurgici: chi ha già ottenuto la rettifica anagrafica può ora accedere alla chirurgia di affermazione di genere senza dover ottenere una nuova autorizzazione giudiziaria, riducendo sensibilmente i tempi e gli ostacoli burocratici.

È importante sottolineare come l’esperienza della disforia di genere, specie nei contesti dove il riconoscimento sociale e medico è ancora ostacolato da barriere culturali e istituzionali, possa essere associata a un’aumentata vulnerabilità psicologica. Studi clinici e osservazioni epidemiologiche riportano una maggiore incidenza di disturbi depressivi, d’ansia e comportamenti alimentari disfunzionali nelle persone transgender, spesso come risposta a contesti di marginalizzazione, stigma e accesso limitato a cure adeguate. È quindi fondamentale che i percorsi di affermazione di genere siano accompagnati da un supporto psicologico competente e non patologizzante, inserito all’interno di una più ampia visione di salute e autodeterminazione.

Farmacologia nei percorsi di riaffermazione di genere

Non tutte le persone transgender scelgono di intraprendere trattamenti medici o chirurgici o la stessa farmacologia ormonale, e quando lo fanno, il percorso viene sempre personalizzato in base alle esigenze individuali. Le linee guida internazionali, come quelle proposte dalla WPATH (World Professional Association of Transgender Health), insieme alle indicazioni delle istituzioni sanitarie italiane, forniscono un quadro di riferimento per garantire cure sicure, consapevoli e rispettose. In Italia, il portale Infotrans.it, frutto della collaborazione tra l’Istituto Superiore di Sanità e l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, offre un utile strumento per orientarsi tra le strutture sanitarie pubbliche e convenzionate che erogano questi servizi.

Terapia ormonale mascolinizzante

La terapia ormonale mascolinizzante prevede l’uso del testosterone, somministrato per via intramuscolare o transdermica, con l’obiettivo di ridurre le caratteristiche sessuali femminili e sviluppare quelle maschili. I primi cambiamenti si osservano dopo pochi mesi e comprendono l’interruzione del ciclo mestruale, l’abbassamento del timbro di voce, la crescita dei peli corporei, modificazioni nella distribuzione della massa muscolare e, talvolta, l’insorgenza di acne e alopecia androgenetica. 

Terapia ormonale de-mascolinizzante

Al contrario, la terapia de-mascolinizzante, destinata a ridurre le caratteristiche sessuali maschili, si basa su farmaci antiandrogeni come il ciproterone acetato, lo spironolattone o gli analoghi del GnRH, che agiscono bloccando l’azione del testosterone. Questo trattamento può ridurre la crescita dei peli, la produzione di sebo e la funzione sessuale, ma non ha effetto sul timbro di voce, che rimane invariato se la terapia viene iniziata in età adulta. Infine, la terapia femminilizzante si basa sull’assunzione di estrogeni, disponibili in varie formulazioni, che favoriscono lo sviluppo del seno, la redistribuzione del grasso corporeo e una maggiore morbidezza della pelle. Tuttavia, la risposta individuale alla terapia è variabile, e molte donne transgender ricorrono successivamente alla chirurgia plastica per completare l’affermazione del proprio corpo.

La bellezza della propria identità

Questi percorsi terapeutici devono essere affrontati con la consapevolezza che la medicina non può e non deve ridurre l’identità di una persona agli ormoni o alle modificazioni corporee. Le narrazioni dominanti, che ancora oggi oppongono categorie binarie come “vero uomo” e “vera donna”, rischiano di oscurare la bellezza delle esperienze individuali e del ventaglio di personalità che può solo arricchire un contesto sociale, con nuove e diverse idee, pensieri, forme e corpi. L’approccio intersezionale offre una chiave di lettura più etica e realistica: le disuguaglianze non sono il risultato solo delle caratteristiche personali, ma dell’intreccio tra oppressioni sistemiche, dal sessismo al razzismo, dal classismo alla transfobia.