Cosa c’entrano le ginocchia con la parità di genere?

06 Feb 2026
Cosa c’entrano le ginocchia con la parità di genere?

a cura di Rosie Audino, esperta in filosofia e comunicazione della scienza e della salute

Le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 segnano un record con il 47% di partecipazione femminile… eppure i corpi delle atlete sono ancora meno considerati di queli degli atleti maschi.

Questa è la più alta partecipazione femminile alle olimpiadi della storia, ma non è stato sempre così.

I Giochi Olimpici, nati nel 776 a.C. nell’antica Grecia, rimasero per secoli un affare esclusivamente maschile. Le donne entrarono alle Olimpiadi estive solo nel 1900 e nelle prime Olimpiadi invernali, nel 1924 a Chamonix, furono confinate a una unica disciplina.

Nel 1924, infatti, a Chamonix, l’unica disciplina aperta alle donne fu il pattinaggio di figura. Questo non perché fosse meno impegnativo delle altre, ma perché all’epoca veniva considerato particolarmente adatto a valorizzare qualità come grazia, equilibrio e agilità, più che la forza fisica, in linea con gli ideali tradizionali di femminilità. Ma non pensate che in questa categoria ebbero vita facile.

Una bugia detta a fin di bene: come le donne sfidarono le regole del pattinaggio di figura

Nel 1902 Madge Syers fu la prima donna a partecipare ai campionati mondiali di pattinaggio di figura, ma lo fece grazie a una vera e propria scappatoia. All’epoca non esistevano regole che vietassero la partecipazione femminile: i regolamenti non specificavano sesso o genere dei concorrenti, non era necessario visto che le donne non si iscrivevano alle competizioni. Così Syers si iscrisse ai Mondiali tenuti a Londra nella categoria maschile e si classificò seconda, perdendo solo contro Salchow. Quest’ultimo, colpito dalla sua performance, le offrì addirittura la medaglia d’oro, convinto che fosse lei la vera vincitrice. Dopo quell’evento, la World Figure Skating Championships (WFSC) decise di vietare la partecipazione delle donne. Il motivo ufficiale? Le gonne lunghe che le concorrenti dovevano indossare (non era consentito usare gonne corte o pantaloni) impedivano ai giudici di osservare correttamente i piedi durante le esecuzioni.  Ma non andò tutto perduto.

Grazie a quella sfida, nel 1908, venne istituito finalmente il campionato femminile di pattinaggio, preparando il terreno per il debutto olimpico del 1924.

Nella foto l’undicenne Sonja Henie accanto al campione di pattinaggio Gilles Grafstrom ai Giochi di Chamonix nel 1924 (fonte corriere della sera).

La prima Olimpiade invernale nel pattinaggio di figura fu vinta da Herma Szabo, ma da quella competizione nacque una vera stella della disciplina: Sonja Henie. Pur non provenendo da una famiglia di atleti, colleziona successi straordinari. A soli quindici anni vince il primo oro mondiale, al quale seguiranno altri nove titoli consecutivi tra il 1927 e il 1936. È tra le pochissime al mondo a vincere tre ori olimpici consecutivi nel 1928, 1932 e 1936. Roba da record assoluto! Fu a Henie, giovanissima, solo undici anni, che venne permesso di indossare la gonna corta sopra il ginocchio, la scelta è fatta proprio perché era una bimba e non perché fosse un’eccezione tecnica. Da quel momento tutte le altre pattinatrici iniziano a imitarla, e questo stile diventa la norma fino al 2004 quando le pattinatrici femminili hanno ottenuto la possibilità di indossare anche pantaloni o tute, nelle competizioni di singolo e di coppia.

Dalle prime Olimpiadi invernali a Milano-Cortina: una lunga conquista

Con il tempo, le donne sono arrivate a competere in tutte le discipline, sci alpino, sci di fondo, hockey su ghiaccio e snowboard, anche se inizialmente in percentuali ancora ridotte. A St. Moritz 1948 rappresentavano solo l’11,5% degli atleti, mentre a Cortina 1956 salirono al 16%. Oggi, però, il contesto è completamente diverso: alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 circa il 47% dei posti sarà riservato alle atlete, con oltre 1.360 donne su 2.900 partecipanti e 50 eventi femminili su 116 totali. Un vero record!

Federica Brignone: ha conquistato tre medaglie olimpiche in carriera: argento in gigante a Pechino 2022, bronzo in gigante a Pyeongchang 2018 e bronzo in combinata a Pechino 2022.

Ginocchia e parità di genere: la strada è ancora lunga

Ma cosa c’entrano le ginocchia con la parità di genere? Bhè, in realtà molto di più di quanto possa sembrare. Pensiamo a Sonja Henie che introdusse gonne più corte nel pattinaggio di figura, portando finalmente libertà di movimento che prima era impossibile. Nei costumi dell’epoca, infatti, le donne erano costrette a indossare gonne lunghe e pesanti, che limitavano i movimenti e rendevano le prestazioni più difficili. Grazie alla sua scelta stilistica, Henie non solo modernizzò l’estetica dello sport, ma contribuì a migliorare concretamente le condizioni di gara per le pattinatrici femminili. Ma c'è un'altra questione che ha a che fare con le ginocchia che continua a ostacolare la parità di genere.

Lo sapevi che le donne hanno una probabilità maggiore di infortunarsi rispetto agli uomini? Ad esempio, nello sci alpino il rischio di lesioni al legamento crociato anteriore (LCA) è circa due volte maggiore nelle donne (Lesioni ginocchio: più a rischio le donne sportive. Perchè? - Humanitas San Pio X). La cosa più interessante è che le cause non sono ancora del tutto chiare. Questo perché, nonostante le donne siano oggi numericamente alla pari degli uomini, mancano ancora studi scientifici sufficienti su come funziona il loro corpo nello sport. Infatti, molte regole della medicina dello sport e della fisiologia dell’esercizio derivano proprio dallo studio del corpo maschile.

Uno studio (Underrepresentation of women in exercise science and physiology research is associated with authorship gender - PubMed) ha passato al setaccio quasi 1.000 articoli scientifici tra il 1991 e il 2021 su riviste di fama mondiale come Journal of Applied Physiology e British Journal of Sports Medicine. Il risultato? Nel 1991 le donne erano solo il 22% dei partecipanti, nel 2021 sono salite al 36%. Meglio, certo, ma ancora lontanissime dalla parità.

Il fatto che la maggior parte dei dati scientifici sullo sport sia basata su dati basati su un modello standard, uomini principalmente, (Underrepresentation of women in exercise science and physiology research is associated with authorship gender - PubMed), significa che programmi di allenamento, misure di prevenzione e cure post-infortunio, ma anche attrezzature (scarpe, attacchi degli sci) sono stati progettati pensando a corpi maschili. E qui sta il problema: ignorare le differenze fisiologiche tra uomini e donne non è un dettaglio trascurabile. Significa trascurare molti fattori, fra cui il ciclo mestruale.

Un piccolo dettaglio? Assolutamente no.

Per esempio, durante il ciclo mestruale variano i livelli di estrogeni e progesterone, due ormoni che non regolano solo la fertilità, ma influenzano anche muscoli, tendini, legamenti e controllo neuromuscolare. Durante alcune fasi del ciclo, soprattutto intorno all’ovulazione, l’estrogeno aumenta. Questo ormone rende i tessuti connettivi come i legamenti più elastici e meno rigidi. Sembra una cosa positiva, vero? In parte sì. Ma troppa elasticità significa anche meno stabilità articolare, soprattutto nel ginocchio. E in alcuni sport, come per esempio lo sci di alpino, dove serve più stabilità questo potrebbe aumentare le probabilità di infortunio (Lesioni ginocchio: più a rischio le donne sportive. Perchè? - Humanitas San Pio X). Questo non significa che le donne siano più fragili, ma che allenamento, prevenzione e carichi dovrebbero essere adattati a queste variazioni, non adattati da modelli maschili.

Ed è qui che torniamo al punto centrale: se la scienza studia quasi solo uomini, queste variazioni non entrano nei protocolli. E così le atlete finiscono per allenarsi, gareggiare e recuperare secondo modelli pensati per un corpo che… semplicemente non è il loro.

È vero mai così tante donne alle Olimpiadi invernali possiamo davvero parlare di parità?