La vetta della sanità digitale è più vicina perché oggi sappiamo dove guardare

24 Jul 2026
La vetta della sanità digitale è più vicina perché oggi sappiamo dove guardare

a cura di Rosie Audino esperta in filosofia e in comunicazione della scienza e della salute

Per anni, centinaia di alpinisti e alpiniste hanno festeggiato la conquista del Manaslu. Foto in vetta, bandiere, abbracci. Poi è arrivata una scoperta che ha cambiato tutto: quella che tutti chiamavano cima non era la cima. Era un false summit. La vetta vera era ancora qualche decina di metri più avanti.

Anche la sanità sta vivendo una cosa simile. Negli ultimi anni si è investito molto sulla digitalizzazione dei dati, infrastrutture e processi. Ma abbiamo sicurezza che la vetta sia stata raggiunta?

Un sistema che si comporta come ventuno sistemi

Il sistema sanitario italiano non si comporta come un sistema unico. Un editoriale su The Lancet Regional Health,  Europe descrive il Servizio Sanitario Nazionale come un sistema fortemente frammentato, che nella sostanza può essere letto come un insieme di circa 21 sistemi sanitari regionali distinti, ognuno con modelli organizzativi, livelli di digitalizzazione e capacità di integrazione differenti (Piscitelli et al., 2025, The Lancet Regional Health – Europe, DOI: 10.1016/j.lanepe.2025.101250). Questa differenza non è soltanto amministrativa, ma incide concretamente sul diritto alla salute, poiché può determinare disuguaglianze nell’accesso alle cure e compromettere la continuità assistenziale. Una persona che si sposta da una regione all’altra può infatti incontrare percorsi, procedure e servizi sanitari differenti, con difficoltà nel proseguire il proprio percorso di cura in modo uniforme.

Il problema deriva anche dal fatto che il Servizio Sanitario Nazionale, pur essendo unico a livello nazionale, è organizzato in 21 sistemi sanitari regionali dotati di proprie modalità operative, strumenti informatici e processi di gestione delle informazioni. La mancanza di una piena integrazione tra questi sistemi può ostacolare la condivisione dei dati clinici dei pazienti tra le diverse strutture sanitarie. Di conseguenza, le informazioni necessarie per garantire una presa in carico continua e coordinata possono non essere disponibili in modo tempestivo, rendendo il percorso assistenziale meno lineare. Questo può comportare la ripetizione di esami e visite già effettuati, con un aumento dei tempi di attesa, uno spreco di risorse sanitarie e un peggioramento dell’esperienza del paziente.

Il PNRR ha provato proprio a rispondere a questa frammentazione, costruendo una base comune su cui far evolvere il sistema: rafforzare l'assistenza territoriale e creare un'infrastruttura più coerente, in cui il Fascicolo Sanitario Elettronico diventi il punto di accesso alla storia clinica del cittadino, garantendo maggiore continuità informativa tra ospedale e territorio. Nel frattempo gli investimenti in sanità digitale sono cresciuti in modo significativo: secondo l'Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, la spesa ha raggiunto negli ultimi anni circa 2,5–2,7 miliardi di euro (Politecnico di Milano, Osservatorio Sanità Digitale, 2025). Un segnale chiaro: la digitalizzazione è diventata una priorità stabile del sistema.

Fondamenta solide, ma manca il ponte

Digitalizzare un sistema frammentato non significa automaticamente renderlo integrato. La tecnologia, infatti, può rappresentare un importante strumento di innovazione, ma non è sufficiente introdurre nuovi strumenti digitali se alla base rimangono sistemi che non riescono a comunicare tra loro. Come evidenziato anche dagli studi dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, una delle principali sfide della trasformazione digitale in sanità riguarda proprio la capacità di rendere interoperabili dati, piattaforme e servizi. E questo è evidente non solo a livello regionale ma anche all’interno della stessa regione o azienda sanitaria dove possono convivere piattaforme e applicativi che, pur funzionando correttamente, non sono sufficientemente interoperabili. Il risultato è una frammentazione dei flussi informativi che limita la continuità assistenziale e riduce il valore della digitalizzazione.

In un sistema sanitario frammentato, il rischio è quello di costruire tanti “pezzi digitali” efficienti singolarmente, ma privi di un collegamento comune. È come avere due sponde di un fiume con molte informazioni disponibili da entrambe le parti, ma senza un ponte che permetta di attraversarle: i dati esistono, ma non riescono a viaggiare in modo semplice e sicuro da una struttura all’altra.

La mancanza di questo collegamento può tradursi in difficoltà concrete per il paziente, che rischia di dover ricostruire ogni volta la propria storia clinica, ripetere esami già effettuati o affrontare percorsi di cura meno coordinati. La vera sfida della sanità digitale, quindi, non è solo digitalizzare i processi esistenti, ma creare un ecosistema integrato in cui le informazioni possano seguire la persona lungo tutto il percorso assistenziale, indipendentemente dalla regione o dalla struttura coinvolta.

Non basta condividere dati: serve un ecosistema digitale progettato intorno al paziente

Anche la letteratura scientifica ha iniziato a leggere questo problema in modo più strutturale. Un documento della National Academy of Medicine del 2026 sottolinea come il vero limite dei sistemi sanitari digitali non sia l'interoperabilità tecnica, ma l'assenza di una vera architettura digitale in grado di supportare percorsi di cura integrati (National Academy of Medicine, 2026).

Si parla di interoperabilità semantica e cioè è la capacità di sistemi diversi di comprendere il significato delle informazioni che si scambiano, non solo di trasferirle da un punto all’altro. In altre parole, non basta che due piattaforme riescano a parlarsi: devono anche usare lo stesso linguaggio.

Per esempio, se un medico registra nel sistema informatico di una regione che un paziente ha avuto un “infarto miocardico”, un altro sistema sanitario deve essere in grado di riconoscere che quella informazione indica la stessa condizione clinica, anche se utilizza una codifica o una terminologia diversa. Senza questa comprensione condivisa, il dato arriva, ma rischia di non essere interpretato correttamente o di perdere parte del suo valore.

L’interoperabilità semantica è quindi il “vocabolario comune” che permette a sistemi diversi di attribuire lo stesso significato alle informazioni. Nella sanità digitale questo aspetto è fondamentale perché consente ai dati clinici di seguire il paziente in modo affidabile, indipendentemente dalla struttura o dalla regione in cui viene assistito.

L'ultimo tratto verso la vetta

La sanità italiana ha già fatto una parte importante del percorso: ha costruito infrastrutture digitali, investito risorse, avviato un processo di trasformazione strutturale. Il punto adesso non è aggiungere ulteriori strumenti. È far sì che quelli già esistenti inizino a funzionare come un sistema unico.

Il vero indicatore di maturità di una sanità digitale non è la quantità di tecnologia che utilizza. È la capacità di garantire che un paziente possa attraversare tutto il sistema senza mai perdere continuità.

È in questo ultimo tratto, non nell'aggiungere strumenti, ma nel farli finalmente parlare insieme attorno al paziente, che si gioca la prossima fase della sanità digitale italiana. Ed è esattamente in questo spazio che stiamo costruendo Geen.ai per ridurre il time to care di cittadine e cittadini, connettendo ospedale, territorio e servizi sociosanitari lungo un unico percorso di cura.

La vetta è più vicina perchè ora sappiamo dove guardare.

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