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a cura di Rosie Audino, esperta in filosofia e comunicazione della scienza e della salute
Se in Italia 1 persona su 5 rinuncia a curarsi, com’è possibile che le liste d’attesa continuino a essere piene?
È una domanda che vale oltre 50 miliardi di euro l’anno per il SSN: tanto pesa, infatti, l’impatto economico del mancato accesso alle cure sul sistema sanitario. Le persone vogliono curarsi, o almeno ci provano, ma quando si interfacciano con la sanità pubblica spesso incontrano ostacoli. E questi ostacoli non riguardano solo la carenza di servizi, visite e prestazioni disponibili per tutti: una parte importante del problema nasce anche dalla complessità dei percorsi necessari per arrivare alle cure giuste. Le liste d’attesa sono la conseguenza più visibile di tutto questo. Secondo il ministero della salute fino al 20% delle prestazioni richieste ogni anno potrebbe essere inappropriato. Questo significa che una parte significativa di visite ed esami potrebbe essere evitata ma finisce comunque per entrare nel sistema.
Il risultato? Più pressione sul personale sanitario e strutture, tempi di attesa più lunghi e meno risorse disponibili per chi ha davvero bisogno di cure. Le conseguenze si fanno sentire: alcuni pazienti arrivano tardi nel percorso di cura, quando la situazione è già peggiorata e più difficile (e costosa) da trattare. In questo senso, il problema non è solo quante prestazioni il sistema riesce a offrire, ma anche come vengono usate le risorse disponibili. Il Ministero della Salute stima che gli accessi inappropriati costino circa 10 miliardi di euro l’anno. Un dato che evidenzia una difficoltà strutturale: non sempre il paziente viene indirizzato nel modo giusto verso il percorso di cura più adatto.
Secondo l’Istat una delle cause principali di rinuncia alle cure sono le liste d’attesa. Cerchiamo di capire come mai si ingolfano.
Un modo semplice per capire perchè si creano le lunghe liste di attesa è la metafora del collo di bottiglia: puoi versare molta acqua, ma nel punto del collo (la parte stretta) può passare solo una quantità limitata per volta e quindi rallenta. Non è che l’acqua si fermi: semplicemente non può attraversare quel punto più velocemente di così, quindi tende ad accumularsi prima del restringimento. Nel sistema sanitario succede qualcosa di molto simile. Le richieste dei pazienti entrano nel sistema (prescrizioni, prenotazioni, visite, esami), ma se uno di questi passaggi ha una capacità limitata rispetto alla domanda, diventa il punto in cui si crea attesa. E quell'accumulo finisce per rallentare l’intero percorso di cura.
È vero: le liste d’attesa si formano perché la domanda supera la capacità del sistema, che a un certo punto non riesce più a rispondere e si ingolfa. Ma c’è un altro elemento spesso sottovalutato: una parte significativa delle richieste non sarebbe nemmeno necessaria.
Se circa il 20% delle prescrizioni mediche risulta inappropriato, parliamo di milioni di richieste che potrebbero non entrare affatto nel sistema e, di conseguenza, non contribuire al suo sovraccarico. All’interno di questa quota rientrano sia le prescrizioni evitabili, cioè prestazioni non necessarie per la corretta gestione clinica del paziente, sia quelle non appropriate o errate, che possono innescare un vero e proprio percorso assistenziale frammentato, con il paziente che si sposta tra visite ed esami alla ricerca della diagnosi o del percorso di cura più adeguato.
Questo meccanismo alimenta quelli che vengono definiti accessi impropri, che hanno un impatto economico stimato per il SSN di circa 10 miliardi di euro l’anno. Tra gli accessi impropri, la quota principale della spesa sanitaria è riconducibile al cosiddetto sovra-utilizzo delle prestazioni (circa 6,48 mld di euro l’anno), si tratta di prestazioni diagnostiche e terapeutiche non necessarie, esami duplicati, ricoveri evitabili. Tutte risorse, tempo, personale, fondi, che vengono sottratti a chi ha davvero bisogno di cure e che inevitabilmente contribuiscono ad aumentare le liste d’attesa. Ridurre anche solo una parte di questi accessi significherebbe alleggerire in modo concreto il carico su personale medico e strutture.
In questo senso, i lunghi tempi di attesa per accedere al SSN non dipendono solo da una domanda che il sistema fatica a sostenere, ma anche da inefficienze organizzative: oltre alla carenza di risorse, il problema è anche un sistema che non riesce a gestire e allocare in modo ottimale quelle già disponibili.
Gli sprechi del SSN sono anche il risultato della frammentazione del sistema sanitario. Quando parliamo di frammentazione del Servizio Sanitario Nazionale parliamo di tre problemi diversi che spesso si sommano tra loro lungo il percorso del paziente. La prima forma è quella organizzativa: il sistema è costruito su livelli distinti di assistenza, come medicina di base, specialistica e ospedaliera, che funzionano bene nei propri ambiti ma non sempre si collegano in modo fluido quando il paziente passa dall’uno all’altro, facendo sì che il percorso di cura somigli più a una sequenza di episodi separati che a un processo continuo. La seconda è la frammentazione informativa: il Fascicolo Sanitario Elettronico, in teoria, permette la condivisione dei dati clinici tra strutture pubbliche anche di regioni diverse. Nella pratica, però, la sua implementazione non è ancora del tutto uniforme e questo può rendere non sempre immediatamente accessibili tutte le informazioni cliniche, con il rischio di dover ricostruire più volte la storia del paziente e generare inefficienze e duplicazioni. La terza è la frammentazione decisionale, che riguarda invece il modo in cui si entra nel sistema: esistono più porte d’accesso, dal medico di famiglia al CUP fino al pronto soccorso, e ciascuna applica criteri e logiche leggermente diverse per orientare o prioritizzare i pazienti, con il risultato che percorsi simili possono prendere strade molto diverse a seconda del punto di ingresso iniziale.
Avete presente Indiana Jones? Ecco, oggi, il paziente assomiglia a Indiana Jones alla ricerca dei suoi reperti archeologici. Non dispone mai di una mappa completa. Ha soltanto frammenti di informazioni, indicazioni parziali, consigli ricevuti da fonti diverse. Nel sistema sanitario accade qualcosa di molto simile. Il percorso di cura non è sempre una mappa unica e coerente, ma spesso un insieme frammentato di informazioni, passaggi e livelli di assistenza. Questa frammentazione può portare i pazienti a barcamenarsi nel SSN tra visite, esami, specialistici e pronto soccorso, senza un orientamento chiaro e continuo. Questo vuol dire accessi e ricoveri impropri, ripetizioni di visite ed esami che costano al SSN 10 mld di euro l’anno e che quindi contribuiscono ad ingolfare il sistema. In questo contesto, investire in strumenti capaci di orientare correttamente i pazienti diventa importante tanto quanto ampliare l’offerta di cure. Perché un sistema sanitario efficiente non è quello che offre semplicemente più prestazioni, ma quello che accompagna ogni persona verso la scelta più appropriata, nel momento corretto.
In questo contesto, la frammentazione del sistema sanitario gioca un ruolo importante: percorsi poco coordinati, informazioni cliniche distribuite tra strutture diverse e molteplici punti di accesso possono disorientare il paziente e favorire duplicazioni, prescrizioni non necessarie e accessi impropri. Per ridurre le liste d’attesa, quindi, non basta aumentare l’offerta di servizi: è necessario anche migliorare il coordinamento dei percorsi di cura e indirizzare i pazienti verso il livello di assistenza più appropriato fin dal primo accesso.
Geen.ai, AI layer di triage conversazionale basato su intelligenza artificiale, va verso questa direzione: uno strumento concreto per migliorare il coordinamento dell’assistenza e rendere il sistema sanitario più efficiente e integrato.
Il suo primo valore aggiunto è quello di standardizzare il punto di accesso al SSN: il primo contatto del paziente diventa una valutazione strutturata e uniforme, basata su criteri clinici e linee guida aggiornate. Grazie all’elaborazione del linguaggio naturale, il motore di triage AI di Geen.ai raccoglie sintomi e informazioni in modo semplice e guidato, trasformandoli in un quadro clinico ordinato e coerente. Questo riduce la variabilità delle decisioni iniziali, che oggi sono influenzate dal canale di accesso (medico di base, pronto soccorso o specialistica o provenienza geografica).
Il secondo punto chiave è la continuità dell’informazione clinica: grazie al Knowledge Graph, che mappa centinaia di specialisti, tipologie di servizio e PDTA regionali il motore di triage centralizza il contesto del bisogno espresso e lo incrocia con il network disponibile, così che ogni operatore lungo il percorso possa partire da un orientamento già qualificato anziché da zero. In questo modo si rafforza la connessione tra medicina territoriale, specialistica e ospedaliera, riducendo duplicazioni, ritardi e percorsi non ottimizzati.
Nel complesso, Geen.ai guida il paziente verso il livello di cura più appropriato fin dal primo contatto, riducendo gli accessi impropri e migliorando l’appropriatezza delle decisioni cliniche. Il risultato è un sistema più fluido, più ordinato e soprattutto più reattivo, in cui la tecnologia aiuta a prevenire inefficienze e a valorizzare meglio le risorse sanitarie.
Bibliografia: